L’emancipazione dalla soggezione veneziana con l’adesione alla Maniera italiana ed europea. L’eredità lasciata al giovane Caravaggio in partenza per Roma. L’accoglienza della riforma gregoriana, religiosa ma anche iconografica, partita dal monastero di San Benedetto in Polirone ed approdata ad Acqualunga sul Chiese. Il superamento della grande stagione del naturalismo ottocentesco e l’apertura alla modernità nell’opera di un autore come Romolo Romani. Salta da un secolo all’altro, il professor Carlo Bertelli, lungo i «Duemila anni di pittura a Brescia» - che danno il titolo al volume promosso dai Rotary bresciani con Ateneo ed associazione Amici di Lino Poisa di cui è curatore scientifico - per individuare nel continuo superamento ed allargamento degli stretti confini della città e della provincia, il senso di una «brescianità» culturale protrattasi nel tempo. Non una qualità stilistica, quindi, quanto una sorta di predisposizione mentale, una curiosità cui lo studioso ha fatto appello, ieri in Loggia durante la presentazione dei due volumi, quando ha auspicato che questa meritoria opera di valorizzazione della pittura bresciana dall’epoca romana all’inizio del ’900 possa fare da base e da stimolo ad ulteriori approfondimenti, da parte degli studiosi del nostro Ateneo e delle Università.
Introdotto dal vicesindaco Luigi Morgano, dalla coordinatrice editoriale dell’opera Elisabetta Conti, dal decano dei past governor rotariani Enzo Cossu, dal presidente della commissione distrettuale di Rotary Foundation Fabio Pedretti, e dal presidente dell’Ateneo Angelo Rampinelli, il professor Bertelli ha voluto partire ricordando la mostra sulla Maniera bresciana recentemente inaugurata in Pinacoteca. «Una mostra importante, che opera in parallelo con gli intenti del volume che stiamo presentando - ha spiegato -. Una mostra che imposta il problema della Maniera con accento bresciano, che approfondisce il senso di essere nella Maniera europea mantenendo una propria identità. Con Lattanzio Gambara Brescia esce dalla soggezione a Venezia, che pure manteneva la dominazione politica, e di cui pure ospitò importanti esponenti dell’arte, da Tiziano, a Celesti, a Tiepolo».
Senza Lattanzio - oltre che Savoldo - non si capisce «l’impeto della novità, dell’indipendenza di Caravaggio, nato nel territorio compreso tra Bergamo e Brescia». E solo in questa prospettiva si coglie l’importanza di una «scuola» bresciana riconosciuta dalla critica fin dall’inizio del ’900 nella sua originalità, «come voce importante nel coro europeo». Andando indietro nel tempo, fino agli affreschi della chiesa di San Tommaso ad Acquanegra sul Chiese ed ai loro rapporti con il rinnovamento linguistico della riforma gregoriana, e spingendosi avanti fino all’Ottocento - «notevole e ricco, ma ancora privo di un luogo di esposizione dedicato, in attesa dell’auspicato museo» - e all’opera di Romani, «momento importante dell’ingresso nella modernità di una città dalla vivace vocazione industriale».
Il professor Bertelli ha concluso la presentazione ringraziando tutti gli autori dei contributi (li ricordiamo nell’articolo qui sotto), tra cui anche giovani studiosi, «forze nuove, alle prese con capitoli complessi dell’arte italiana». Un lavoro corale, che, «brescianamente», si pone l’obiettivo di spostare ancora più in là la frontiera degli studi.
Giovanna Capretti
(Nella foto: il tavolo dei relatori)
