Duemila anni di pittura a Brescia è l’ambizio

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Duemila anni di pittura a Brescia è l’ambizio
28 Novembre 2007
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Duemila anni di pittura a Brescia è l’ambizio

Duemila anni di pittura a Brescia è l’ambizioso progetto editoriale di tredici Rotary Club bresciani (col sostegno della Rotary Foundation e di 11 sponsor), che intendono offrire a tutta la comunità bresciana, in primis attraverso le biblioteche pubbliche. L’impostazione è analoga, in due volumi, a quella dei Mille anni di letteratura bresciana editi nel 2004. L’opera, curata da Carlo Bertelli, ben noto storico dell’arte a livello internazionale, si è proposta di tessere la trama d’una specifica identità bresciana lungo due millenni, dall’età romana ai prodromi del ’900, pur nella coscienza d’una sorta di collocazione meno centrale - salvo alcune fasi eclatanti - della vicenda complessiva della pittura bresciana rispetto alle città più rinomate nella storia dell’arte italiana. Ma nella coscienza d’una precisa impronta, di un’attenzione prioritaria, anzi d’un’apprensione ansiosa, sollecita, per l’uomo e la condizione umana, ancor prima che per lo stile e il decoro, che echeggia e si rafforza nella coralità della nostra arte. In un contesto che ha pur generato grandi artisti, e di grandi ne ha attratti (da Gentile da Fabriano a Gentile Bellini, a Vivarini, a Tiziano, a Veronese, a Gian Battista Tiepolo, ad Hayez), che qui hanno inviato grandi opere, o qui hanno prodotto opere di specifica inclinazione (da Celesti a Ceruti a Giandomenico Tiepolo)
Ieri in sede di doppia presentazione in Broletto (faceva gli onori di casa l’assessore Mazzoli) e poi in Loggia (dove c’è stata la «lectio» del prof. Bertelli di cui si riferisce sopra), i promotori hanno insistito sull’intento di seria e aggiornata divulgazione. Non un’opera d’ambito specialistico e di questioni filologico-accademiche, ma che è stata pensata in funzione di una larga accessibilità: due volumi di 636 pagine con 440 immagini (molte dal fotoarchivio Rapuzzi), con diciassette autori (coordinatrice editoriale Elisabetta Conti) che trattano nel complesso di 223 pittori e di alcuni temi che attraversano la storia della nostra pittura (dai culti dei santi al collezionismo alle vicende museali).
Gli autori sono: Luciano Anelli, Pier Virgilio Begni Redona, Carlo Bertelli, Elisabetta Conti, Maria Teresa Donati, Matteo Ferrari, Fiorenzo Fisogni, Fausto Lorenzi, Pierfabio Panazza, Mauro Pavesi, Elisabetta Roffia, Filli Rossi, Renata Stradiotti, Valerio Terraroli, Thea Tibiletti.
Così, da Enzo Cossu decano dei past governator (la coralità viva di questa pittura) e Oscar Vaghi governatore del Distretto 2050 (per la prima volta un’opera considera il territorio bresciano nel suo complesso, compresi contado, laghi, valli) e dai propugnatori diretti della pubblicazione, i past governator Angelo Borgese presidente dell’Associazione Lino Poisa che edita l’opera e Angelo Rampinelli già presidente dell’Ateneo, è stato rimarcato come vi siano raccolti tutti i valori rotariani di servizio, anche per rafforzare la coscienza dell’intera comunità bresciana sul patrimonio di cultura e di bellezza.
Dagli albori del Rinascimento al ’700, era stata già individuata una specifica linea bresciana. È da Cavalcaselle, nell’800, che si discute di una scuola bresciana, intesa come civiltà pittorica indipendente, e che sì è poi precisata una linea di studi, che è andata in particolare da Pietro Toesca a Longhi, a Testori, a Ballarin, ad Agosti, a Frangi che, col mondo lombardo, hanno ripescato Brescia alla grande pittura.
Ma ora Carlo Bertelli ha inteso risalire alle pitture dell’età romana, perché di quella società Brescia conserva come nessun’altra località del Nord Italia la testimonianza civica -il Foro, i templi - e privata - le domus, le ville, ed una consapevole rappresentazione attraverso le immagini. E poi è risalito alla pittura d’età longobardo-carolingia in San Salvatore che instaura un rapporto fiducioso con la cultura antica (si guardi il tondo vitreo con i ritratti di famiglia romana, del III secolo d. C., incastonato nella Croce di Desiderio, perché proveniente dal tesoro imperiale di Ludovico II che qui ebbe corte), non solo recuperando la tradizione classica, ma mediando gli influssi della civiltà bizantina, soprattutto tramite Ravenna. E l’orgogliosa rivendicazione dell’eredità classica diventerà costante nell’iconografia bresciana, dall’umanesimo all’età neoclassica e risorgimentale di impulso a una nuova civilizzazione.
Altrettanto la ricerca sottolinea come la miniatura di preziosi codici (dagli scrittori di San Faustino e del Duomo, dall’Abbazia di Leno, dal Monastero di Santa Giulia) denoti un dialogo qui annodato, nell’Alto medioevo, tra mondo latino e mondo imperiale carolingio e germanico, a conferma d’una presenza non secondaria di Brescia in una rete d’irradiazione politico-culturale (oltre che d’una fitta ragnatela economica).
È fondamentale avere sempre chiaro - com’è evidenziato nei due volumi - il ruolo assunto da Brescia, anche in pittura, di mediazione e scambio di più influssi, nella sua posizione di confine tra Lombardia e Veneto, tra mondo padano e correnti oltremontane. La città ha avuto fasi di centralità europea ed altre di emarginazione localistica. Confine, dunque, ma aperto tra la cultura milanese-lombarda e quella veneta, tra la Pianura Padana e l’Italia centrale e le tedescherie, l’Europa del Nord.
Va considerata l’impronta stessa data a Brescia ed ai centri della provincia, in nome di un’efficienza che è sfuggita dalla magnificenza, d’un decoro di buon senso che non è mai stato vuota pompa ma primato delle cose, attenzione alla cultura applicata e solidale. Così l’unico vero tentativo di instaurare una corte signorile, fatto da Pandolfo Malatesta tra il 1404 al 1421, chiamando anche Gentile da Fabriano ad affrescare con sfolgorìo d’oro, argento e lapislazzuli la perduta cappella di San Giorgio in Broletto, è rimasto episodio unico. Solo in quella breve fase la città ha avuto davvero una Corte come coagulo d’intraprese artistiche, educazione al gusto e centro d’irradiazione di modelli.
Sicché la pittura bresciana, nel suo statuto definitivo, creaturale, si vuole fondata da Vincenzo Foppa a metà ’400. Foppa è snodo centrale di mezzo secolo di storia pittorica lombarda e ligure. Resta valida la metafora con cui ce lo inquadrò Roberto Longhi: se il Rinascimento cercava sempre l’ora assoluta, fuori dal tempo, il Foppa capovolse la prospettiva, cercando sempre un’ora quotidiana e un luogo concreto nello spazio. In questa scelta di cultura appassionatamente umana, che ha espresso anche peso, sudore, dolore di una realtà di popolo, facendo tutt’uno di forme morali ed estetiche, s’è riconosciuta la solidarietà stilistica della pittura bresciana, fin dall’alta triade del primo ’500 Romanino-Moretto-Savoldo. In questa pittura la luce non esplode perché è nell’alone d’inquietudine spirituale davanti all’asprezza della realtà. È così che il vissuto s’è attestato tra le maglie dell’ordine classico, nella cantata in grigio in cui la luce s’irradia salda e meditata, rifuggendo dall’assumere l’eleganza formale a principio assoluto. In queste contrade Longhi ha colto i precedenti del rivoluzionario realismo caravaggesco, e qui Ceruti ha trasformato la pittura di genere dei pitocchi in serio, morale ritratto del povero.
L’impronta alla committenza delle opere pittoriche è stata data dalla continuità del potere locale - in condominio con i dominatori esterni - nelle mani di poche famiglie, nessuna in posizione dominante tale da farla assurgere a Signorìa o a Corte, sicché è nato un costume di contemperanza tra rappresentatività discreta nel chiuso dei palazzi (uno dei grandi fascini sta nella gelosia di facciate severe che proteggono interni di sontuose decorazioni) e pubblico concorso paternalistico in opere di utilità: in primis ospizi, ospedali, scuole d’arti e mestieri, ospedali, ma anche cappelle e arredi di chiese e conventi. A maggior ragione, si ha la conferma di un’identità bresciana mediatrice in modo problematico di trame complesse, su una borderline di scambio di più esperienze, ma anche tra cultura alta e bassa, tra lingua aulica e dialetto, tra classicità e magistra barbaritas infuse nell’ora quotidiana.

Fausto Lorenzi

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